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PENSATORI

olio su tela 80x50 Gotta (1983)  il BradiBene






laconversazione

LA CONVERSAZIONE

olio su tela 80x50 Gotta (1983)  il BradiBene

 

A conclusione di un complesso percorso artistico che o ha condotto a visitare con estrosa felicità espressiva numerosi filoni della pittura moderna e contemporanea Francesco Gotta è approdato con sovrana maestria in un continente astratto-figurativo magico e inesplorato, dove mistero in fiore si offre a chi è in grado di coglierlo e di assaporarne tutta la squisita fragranza. Perché oltre che pittore Francesco Gotta è anche e soprattutto filosofo, non certamente un esangue accademico professore di filosofia, abituato a distillare in oscuri bizantinismi l’impotentia coenndi dei propri squallidi conati speculativi, ma un autentico, appassionato ricecatore della Verità, che di questa sofferta, estenuante ricerca ha fatto la sua stessa ragione di vita  e la linfa animatrice della propria arte. Visionario, apocalittico, oniroide, ora immerso nelle oscure profondità dell’inconscio, ora estaticamente librato nei cieli sfolgoranti della coscienza cosmica, il suo sguardo indagatore non cessa di esplorare gli aspetti invisibili della realtà, rivelandone le profonde valenze, destinate a rimanere lettera morta per le masse abbrutite dall’ignoranza, ma ad essere scoperte ed apprezzate da chi sa distinguere gli autentici valori in mezzo alla volgarità della società dei consumi. In questo tumultuoso sprigionarsi di forme deliranti, immerse in un atmosfera metafisica grondante fatalità e sfrenatezza, misticismo e sensualità, il fruitore sensibile e attento sa riconoscere gli eterni archetipi dell’anima e del vertiginoso enigma della vita e della morte, realizzando il mysterium tremendum dell’occulta interdipendenza degli opposti, del bene e del male, del positivo e del negativo, del maschile e del femminile, e come per un’improvvisa illuminazione accede a quello stato di coscienza superiore in cui si avverte quella concordia oppositorum che giace alla base della visione olistica ed acologica dell’esistenza. Se con la sua pittura Francesco Gotta ha saputo suscitare negli animi questa coscienza nuova, ha fatto di più e di meglio di tante fumose pagine di pseudo filosofia.

Professor Gustavo Gasparino critico d’arte,

 Venezia 1997


Non vi è preludio in genere all’approssimarsi alla pittura di Francesco Gotta. Per quanto conosciamo (e la scoperta del mondo di un artista è sempre una conquista lenta, fatta di percezione quotidiana e di illuminazioni improvvise), le sue visioni materializzate nel contrasto dei colori e delle forme riescono sempre a colpirci come un sogno(o un incubo?) di fronte al quale lo scoperto è l’obbligo, per quanto si possa essere preparati. E in critica la preparazione è anche capacità di umiltà di fronte al fatto unico della creazione artistica. In effetti l’intelligenza nervosa di certi suoi modi, compenetrati non si sa più se in una fusione plastica di forme, o intenzioni cromatiche esasperate ai limiti del possibile, rivela l’intuizione di un mondo metafisico, le cui porte si aprono sempre per pochi, e alle quali sembra presiedere un dio senza età, pagano e capriccioso. L’opera di Francesco (lui mi permetterà di chiamarlo così) in effetti è il risultato di un alternarsi di meditazioni e di intuizioni, dietro le quali avvertiamo la coscienza dolorosa del destino del mondo, cui ben s’attaglia lo shakespeariano “sleep no more”…

Le sue angosciose creatura prendono vita da una stratificazione di sensazioni e non si sa mai fino a qual punto abbia gioco la coscienza, e non subentri l’Es. Perché l’Artista stesso non sa dare misura e stabilire un equilibrio fra le opposte forze del pensiero…”.

R.R. 

- Parigi-Milano-Basilea


Conoscevo Gotta quando batteva il ferro e si ingegnava di arricchire snche un attaccapanni o un candeliere di un segno d’arte, d’una voluta, di una rosa.

Lo persi poi completamente di vista per ritrovarlo, con una miriade di quadri, nella serena chiesina si Sant’Iffredo in Cherasco. E devo dire, sono rimasto sorpreso per il gran numero di persone accorse alla vernice della mostra, anche Braidesi, anche gente venuta da lontano. Dunque Gotta è conosciuto ed ha molti amici. D’altronde è uomo esuberante, dalle mille attitudini. Vengo a sapere, così parlando con chi lo conosce meglio, che è stato il Sud America, dove ha esposto con grande successo, dove ha tentato di carpire alle favelas che circondavano le grandi città di quel continente i segreti di un’umanità travagliata, dove ha voluto rubare all’impenetrabile intrico della natura tropicale la purezza dei colori e il fantastico, inesauribile gioco delle forme. Esaminando i quadri appoggiati ai muri credo di rintracciare nei fondali, nel ripetersi delle quinte montuose reiterate come le immagini di un incubo, le loro antiche ascendenze, nelle tavole di Albrecht A’rtdorfer, per esempio, o più vicino a noi, nelle visioni di Turner e di Gustave Moreau. Ma certo a Francesco Gotta non si addice il riprendere temi passati. Egli prende di petto il presente che indubbiamente non ama, e tenta di piegarlo alla volontà dei suoi quasi deliranti sogni, con la forza di un semplice. Indubbiamente Francesco Gotta vedrà crescere sempre di più in futuro il successo che si merita.

Flavio Russo, giornalista

Cherasco 1977


 


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