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“ Il mio mondo fantastico si colma di personaggi miei e mi pare di volare su in alto tralasciando sotto ogni cosa di questo genere umano. E’ un mondo di favola dove esiste il silenzio e la pace. Lo creo io stesso con i miei stessi pennelli e colori, e rimane nella mia mente fin tanto quando perdo l’equilibrio e cado. Ricado sotto fra i miei simili dove le cose materiali hanno un’enorme peso e non è più permesso sognare.

E mi rimangono questi pezzi di tavole colorate, dove il mio mondo è ridotto ad un dipinto, fissato per sempre nel tempo”.

Francesco Gotta  
il BradiBene 
 

 
Francesco Gotta  il BradiBene
è nato a Bra il 6 gennaio 1945. 
Nella cittadina cuneese di Bra, trascorre la sua infanzia con i genitori, di modeste condizioni. Frequenta la scuola in una crescente situazione di disagio per la limitazione posta al suo desiderio di libertà d’espressione e per l’insegnamento centrato sul nozionismo e sulla più rigida disciplina. Alla delusione subìta in un lontano giorno di Natale, quando invece dei giochi attesi, ebbe come dono alcune matite colorate egli, incredulo, scopre la possibilità di “CREARE” tutto ciò che il suo pensiero partoriva soddisfacendo così ogni suo desiderio con crescente meraviglia.

Ricordata con particolare simpatia umana emerge, nella sua infanzia, la figura della maestra Genoveffa Cabutto che, comprendendo il motivo dell’avversione e della resistenza di Francesco all’insegnamento, gli si avvicina con affetto e disponibilità, offrendogli la possibilità di dedicarsi costantemente al disegno ed esprimere, così, il prprio inquieto mondo interiore.

In questo periodo egli segue, con attenzione e interesse crescente, le materie scientifiche, l’influenza delle quali si risentirà poi nelle opere dell’età adulta. Terminata la quinta elementare inizia a lavorare come apprendista in numerose ditte private, cercando di fuggire dalle frustrazioni inflittegli dall’impossibilità di soddisfare il suo bisogno di esprimersi artisticamente. All’età di 16 anni inizia ad operare in proprio, in un’officina dove si dedica alla lavorazione del ferro forgiato, con il quale inizia a materializzare le sue prime creazioni e sculture. Nonostante il positivo avviamento Francesco sente aumentare la necessità di dedicarsi completamente all’arte, quindi frequenta alcuni “ corsi per disegnatori” presso l’istituto privato dei Padri Salesiani. Più tardi si iscrive ai corsi dell’Accademia Albertina delle belle Arti di Torino ove frequenta il corso di anatomia, saltuariamente, per motivi economici. Infatti la dedizione alla ricerca artistica gli rende impossibile lo svolgimento di un’attività regolarmente retribuita. All’età di 25 anni circa, Francesco Gotta avverte coscientemente il bisogno di compiere la scelta a lungo maturata e sofferta: abbadona cioè definitivamente l’officina, al fine di dedicarsi costantemente all’arte. L’amore assoluto per la pittura lo costringe a vivere circa 5 anni in condizioni di estrema precarietà economica, obbligandolo alla lunga convivenza con la solitudine e l’angoscia, nel travaglio psitico delle sue crisi esistenziali, fino agli anni dei lunghi dialoghi con la sua amica Morte  l’insegnante di Verità) che si manifestano negli anni 1975-’77, con la creazione di opere prive di ogni influenza esterna ( “El pintor de la muerte” lo definisce un giornale venezuelano).

In questo periodo si manifesta con maggiore frequenza e prepotenza il desiderio di compiere viaggi all’estero, nel Sud America, ove incontra immediatamente la comprensione del vasyo pubblico. Espone, con la mostra personale del 1977, all’Univerità centrale di Caracas, Venezuela(ove si trovano attualmente alcune sue opere, proprietà dell’Università stessa).

In seguito al successo riscontrato presso il pubblico venezuelano ed all’amministrazione suscitata nell’ambiente intelletuale gli viene offerta la possibilità dell’insegnamento all’Accademia privata di Alcantare. Il ritorno dall’America Latina, ove ha vissuto per alcuni anni, ha avuto, come continuazione, un lungo e travagliato processo evolutivo della sua filisofia e della sua ricerca di verità, nel rispetto della sua etica, fatta di pensiero puro, di coscienza e di immaginazione creatrice. La sua sofferta evoluzione e la conquista del pubblico dell’ america Latina hanno fatto sì che egli riscuota presso il pubblico italiano che si avvicina, con frequenza crescente, alle sue opere già conosciute, ma sempre più ricercate, manifestando un forte desiderio di comprendere il suo pensiero filosofico e il suo spirito. Nella cittadina cunese di Bra verso gli anni ’80 insegna a un gruppo di allievi che seguono con entusiasmo la sua attività pittorico filosofica, trascinati dalla costante ricerca della verità e della libertà.

Sebbene circondato dal consenso esterno , il suo spirito tormentato lo porta di nuovo ad abbandonare la mondanità e rifugiarsi nella natura incontaminata, distante dai rumori e dal frastuono della progresso, in un’isolata e amena casa di campagna, nella zona del cuneese: Benevagienna.

Qui, attualmente vive e lavora, libero di godere della pace e del silenzio “a sua misura”, talvolta interrotto dalle sporadiche visite alla mondanità. 

Francesco Gotta è dunque un personaggio di facile comunicabilità, ragionatore, e il modo più diretto ed efficace per comunicare le sue inquietudini, le sue ansie, le sue reazioni dinanzi all’umanità è la pittura. Una ricerca ritmica, tonale e  coloristica per                 “ SCOPRIRE ” ciò che esiste al di là del senso visivo negli uomini e nell’universo. Le forme scandite nella luce, gli elementi costruttivi, fantastici e reali, lo affascinano e dirigono la sua sensibile poetica, la sua filosofia della vita: in essi trova la certezza, i sospiri d’angoscia o di speranza.



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